Squacciafichere dell’Antichità*

(DAM) Atessa (Ch) – Il 27 gennaio ricorre il ‘giorno della memoria’, l’olocausto, il ‘sacrificio dell’innocente’. Nonostante l’atrocità che in sé reca questa parte della storia recente, non è difficile scadere nella vuota retorica. Allora per tenersi lontani dal rischio, può essere utile ricordare che anche noi siamo figli dei romani antichi, sotto il profilo giuridico e culturale in generale, e degli ebrei, sotto il profilo religioso e parimenti culturale. Così ci piace ricordare alcuni aspetti propri della cultura ebraica, cercando di ribadire, come i popoli del bacino del Mediterraneo abbiano radici comuni, anche negli aspetti minori e meno conosciuti.
Qualche decennio addietro è stato rinvenuto nell’attuale stato di Israele, lungo la sponda occidentale del Mar Morto, in un grotta, detta la Grotta delle lettere, un archivio privato composto da papiri.
La documentazione risale ad anni compresi tra il 125 e il 132 d. C., sotto l’imperatore Adriano, quando era in atto la diaspora degli ebrei, iniziata con la distruzione del tempio da parte di Tito nel 70 d.C.
Così gli ebrei esiliati formarono comunità anche nel territorio del ritrovamento, una provincia romana, vivendo una vita che ancora per poco sarebbe stata ‘normale’, per così dire, in equilibrio tra diritto romano ed ebraico, (di lì a poco l’imperatore Adriano avrebbe emanato disposizioni molto dure contro di loro). Tra questi abitanti vi era una giovane donna, Babatha, Beniamina, di circa 25 anni, per ben due volte vedova. I papiri riguardano la sua vita complessa, ma indipendente e ricca di soddisfazioni; in altre parole, una donna che non si arrendeva, un modello anche per il presente. Tra i tanti atti rivenuti, troviamo uno in cui Babatha elencava le sue proprietà, che consistono in piantagioni di alberi, in particolare di fichi. La nostra coltivava questi frutti e grazie al loro commercio, insieme ai datteri, sarebbe divenuta assai benestante. Quindi, i fichi erano apprezzati e diffusi, già in quel periodo, ma v’è di più.
In un altro papiro dell’archivio, infatti, è stilato un contratto per commercializzare i fichi e in esso Babatha si raccomanda che i frutti fossero ben essiccati e solo allora venduti. Il contratto è molto simile a uno odierno, seguendo la forma delle stipulazioni romane. Appunto perché molto remunerativi, i famigliari del marito deceduto, intentano causa alla vedova per avere gli alberi e i loro frutti.
Come andò a finire la vicenda di Babatha purtroppo non è dato sapere, in quanto morì nella grotta, in cui si era rifugiata per sfuggire ai soldati romani, insieme ai suoi caracini e al suo archivio.
Babatha, una ‘squacciafichere’ dell’antichità. Siamo tutti un po’ squacciafichere’, che è come dire che siamo tutti un po’ fratelli, figli di una stessa donna chiamata Storia.

*Squacciafichere é l’antico appellativo degli atessani che coltivavano i fichi in grande quantità

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