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L’antica civiltà dei Peligni e il processo di romanizzazione

DAM (Abruzzo) – L’antica gens dei Peligni, di lingua osco-umbra, si stanziò nell’altopiano dell’odierno Abruzzo centro-meridionale, nella porzione di territorio tra la Valle Subequana e l’Altopiano delle Cinque Miglia, intorno al primo millennio a.C.
Riguardo ai natali di questa popolazione gli storici si dividono: un filone di studiosi sostiene che i Peligni provenissero dall’Illiria, come testimonia uno scritto del grammatico romano Sesto Pompeo Festo; un altro, invece, li collega alle migrazioni sabine effettuate durante il rituale del “Ver Sacrum” (“Primavera Sacra”). Questa seconda ipotesi è la più accreditata sia sia per la lingua sabellica delle iscrizioni ritrovate, confermata anche da alcuni passi dei “Fasti” di Ovidio, dove il poeta allude ai “proavi sabini” (Fasti, III, 95). Secondo quest’ultima testimonianza il più lontano antenato di questa civiltà sarebbe stato Solimo, compagno di Enea e fondatore della città di Sulmona.

I cenni storici, il fenomeno della romanizzazione e dell’incastellamento

Le prime informazioni letterarie rilevanti riguardanti questo popolo si hanno solo in concomitanza con le guerre sannitiche, quando i Peligni vennero a trovarsi entro il raggio di azione romano e subirono, da parte di quest’ultimi, delle severe sconfitte.
Prima che Roma estendesse l’impero fino alla costa adriatica, l’Italia centrale era abitata da stirpi confinanti ed affini: Frentani, Marrucini, Marsi, Peligni, Sabini, Sanniti e Vestini; le stesse che nel corso della cosiddetta “Guerra Sociale” ruppero il patto di pace stipulato precedentemente con l’Urbe, costituendo la Lega Italica con capitale Corfinium (91 a. C.).

Al termine del conflitto ai Peligni, decimati dalla guerra, fu infine riconosciuta la tanto agognata civitas romana, in applicazione della Legge Plautia-Papiria e vennero assegnati, insieme ai Marsi, alla tribù Sergia.
L’acquisizione dello status romano da parte di questi ultimi costituì il principio del processo di integrazione e assimilazione delle popolazioni vinte in guerra dai Romani (la cosiddetta “romanizzazione” o “latinizzazione”).
Nel 49 a. C. Cesare oltrepassava il Rubicone, avanzava a passo svelto attraverso il Piceno, dietro a Pompeo, ma fu trattenuto a Corfinium, occupata dal console Lucio Domizio Enobarbo. L’epilogo di questi sette giorni di assedio “fornirono a Cesare le chiavi dell’Italia” ed entrò nella storia come uno dei tanti esempi della clementia Caesaris.
Nel corso del primo secolo dell’Impero numerosi Peligni furono reclutati da Augusto (e da altri membri della dinastia Giulio-Claudia) nei primi ordines ed inseriti nell’amministrazione imperiale, rivestendo prestigiose cariche municipali. Molti di loro, nonostante la lontananza dalla terra d’origine, contribuirono allo sviluppo monumentale delle città della Valle Peligna (diverse epigrafi giunte sino ai giorni nostri testimoniano la grande riconoscenza dei loro concittadini).

Nell’Alto Medioevo questa porzione di territorio, come del resto una buona parte dell’odierno Abruzzo, risentì dell’importante fenomeno dell’incastellamento, le cui impronta sono tutt’oggi ben visibili. La costruzione di piccole fortezze fu legata alla necessità di difesa dalle invasioni saracene, ungare e normanne e al monitoraggio della viabilità e dei nuclei abitativi, in ambienti sempre più instabili e minacciati dai nemici.

Maria D’Argento – Discovery Abruzzo Magazine

Fonti:

– Enciclopedia Treccani

– “Abruzzo e Molise” di F. Coarelli e A. La Regina