Taranta Peligna: il “Lanificio Merlino” ultimo baluardo abruzzese dell’arte della lavorazione artigianale della lana che va estinguendosi

Taranta Peligna (Ch) – A Taranta Peligna, borgo nella valle dell’Aventino, circondata dalle alte vette della Maiella Orientale, sito nel Parco Nazionale della Majella, sopravvive uno degli ultimi storici lanifici artigianali, non solo d’Abruzzo, ma d’Italia.

Qui, infatti, nasce nel 1870, il “Lanificio Merlino”, fondato da Vincenzo Merlino, ormai giunto alla quarta generazione, con Gaetano Merlino che porta avanti ancora questa antica tradizione che affonda le sue origini nella notte dei tempi e che probabilmente dopo di lui andrà persa, vinta dalle politiche della terziarizzazione dell’economia italiana, dalla concorrenza globale, e dalla crisi del matrimonio tradizionale che ha inaridito il mercato dei corredi nuziali, con le famose coperte abruzzesi che fino ad alcuni decenni fa ne rappresentavano un elemento insostituibile.

La zona della Valle dell’Aventino, in cui è sita anche la “Grotta del Cavallone” (resa famosa da Gabriele d’Annuzio con la sua opera “La Figlia di Iorio”), ed in particolare nei Comuni di Taranta Peligna (dove sorge anche il Parco Fluviale delle Acque Vive), Lama dei Peligni, Palena e Fara San Martino, vantano alle spalle una antica tradizione nei filati di lana, che affonda nelle origini della Transumanza.

Infatti, nella valle, grazie all’abbondante presenza della lana con le pecore che venivano lavate e tosate sulle rive del fiume prima di raggiungere i pascoli, di legname dei boschi per le caldaie delle tintorie e delle erbe in grado di colorare i tessuti, oltre che ovviamente in virtù della vicinanza col Tratturo Magno e quindi con l’antica “Via della Lana” (che collegava attraverso l’Appennino Centrale Firenze a Napoli visto che la zona dell’Agro – Pontino era ancora pressoché impraticabile e paludosa), si è potuto dare impulso alla produzione di manufatti in lana, come le famose “tarante” o “tarantole”, stoffe di lana rudimentale che venivano usate fin dal XVI secolo per le mantelline dell’esercito napoletano e per le vele delle barche della marina reale che prendono il nome proprio dal paese di Taranta Peligna, dove venivano prodotte anche le pregiate “ferrandine” per coperte, arazzi e tappeti.

Qui, nell’Ottocento nacque la produzione artigianale della coperta di lana abruzzese, pesante e colorata, senza “diritto” né “rovescio” (particolarità che gli permette di essere usata su entrambi i lati), bordata da frange e decorata con motivo floreali o geometrici.

La coperta abruzzese, un prodotto che fra le due guerre mondiali divenne industriale e che negli “anni d’oro”, a cavallo fra gli anni Cinquanta e i Sessanta del Novecento, col boom economico, veniva prodotto in circa 300.000 unità annue da quasi 200 operai, ed esportato dal “Lanificio Merlino” anche all’estero per grandi case di moda con una eterogenea varietà di motivi decorativi. L’industria prendeva energia dalla centrale idroelettrica che recentemente rinnovata oggi fornisce energia elettrica all’esterno.

Un’attività economica – manifatturiera che ha registrato una prima crisi sul finire degli Anni ’70 del Novecento con l’avvento di nuovi macchinari tecnologici che sostituivano il lavoro degli operai, per poi entrare definitivamente in declino alla fine del XX secolo e che oggi si è ridotta ai minimi termini col solo Gaetano che, per hobby, col suo diploma di perito tessile, continua a portare avanti questa antica tradizione abruzzese di famiglia, ma che dopo di lui rischia l’estinzione.

A dimostrare il forte legame che esiste fra Taranta Peligna e la produzione della lana, c’è anche il culto per San Biagio, santo patrono di Taranta Peligna, protettore dei “lanaiuoli” e dei “cardatori” di lana.

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