Sulle origini della lavorazione della Ceramica a Castelli

Particolare del tetto della “Cappella Sistina della Maiolica” nella Chiesa di San Donato a Castelli

(DAM) Castelli (Te) – Per la rubrica sull’artigianato abruzzse stiamo portando avanti da alcuni mesi una ricerca sugli antichi mestieri d’Abruzzo che ancora sopravvivono nonostante la globalizzazione imperante, di come sono nati e di come si sono evoluti nel corso del tempo.

Questa volta, parleremo di Castelli , la “Città della Maiolica”, la capitale della lavorazione della ceramica nell’Abruzzo centro – settentrionale che si sviluppa intorno al massiccio del Gran Sasso teramano.

La maiolica è una tipologia di produzione ceramista, costiuita da terra cotta di colore rosso, ricoperta da uno strato di smalto bianco lucido e impermeabile con cui produrre opere in terraglia, gres o porcellana.

Castelli è un borgo magico di circa mille abitanti posto ai piedi del Monte Camicia, nel Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga, che è piacevole raggiungere da Pescara percorrendo l’antica strada che collegava Penne a Isola del Gran Sasso e il Santuario di San Gabriele, passando per Farindola, Rigopiano snodo fra l’Altipiano del “Piccolo Tibet” e Castelli, crocevia fra il Gran Sasso pescarese, aquilano e teramano, una delle antiche vie della transumanza più pittoresche e più in alto degli Appenini che collegava l’area aprutina a nord – est a quella vestina a est e più a nord – ovest con i pascoli di Campo Imperatore, fino al Mare Adriatico, via di comunicazione sita a picco sotto le alte e scoscese vette del “Gigante Buono”,un sentiero fantastico che porta verso un mondo incantato dove la natura è ancora padrona meravigliosa, ma a volte anche crudele.

Il Monte Camicia sopra Castelli

Proprio qui, in antichità, i pastori italici incontravano i commercianti di metalli,monili e suppellettili etruschi e dei loro alleati Piceni, e proprio qui, dove sorgono colline argillose come Colledoro ed altre, fino agli Anni Settanta del Novecento veniva estratta l’argilla che serviva a buona parte della produzione autoctona. E ancora qui, in epoca Rinascimentale e Barocca fra il XVI e la prima parte del XIX secolo, avvenivano gli scambi fra gli artigiani delle botteghe castellane e i mercanti provenienti da Napoli (all’epoca il centro commerciale e politico più importante d’Italia), da Roma nello Stato Pontificio e infine da Firenze nel Gran Ducato di Toscana che ha preservato le antiche tecniche di lavorazione e le tradizioni che gli Etruschi hanno portato in Italia agli albori dell’Età del Ferro.

Il Monte Camicia da Castelli

A testimonianza di ciò, nel 1577 il Grascia, il magistrato a cui era affidato dagli statuti d’ “Ancien Regime” la sovrintendenza sui riforimenti e la vigilanza sui mercati, sui prezzi al minuto, sui pesi e sulle misure, addetto alla sorveglianza dei confini del Regno di Napoli con lo Stato della Chiesa, attestò che esisteva un traffico di contrabbando, tra i due Stati per quanto concerneva anche le materie prime necessarie per la produzione della ceramica, come il piombo, lo stagno e la terra bianca, non presenti a Castelli, ma acquistabili sulle maggiori piazze commerciali abruzzesi (ad esempio Chieti, L’Aquila e Lanciano) o di fuori, ovviamente Napoli, la capitale del Regno di cui Castelli faceva parte, o importate da Firenze via Roma.

Procedendo con cautela lungo questo tragitto, si vede come d’incanto apparire Castelli che domina dall’alto la vallata del Vomano, uno dei paesi più antichi e dinamici dell’Abruzzo teramano, circondato da un eterogeneo anfiteatro di alte montagne (in cui la temperatura scende più o meno di un grado ogni centro metri in salita), su cui cresce la radice della Genziana (che nel mito della nascita del Gran Sasso e della Maiella, Maja disperatamente cercava per salvare il figliolo Hermes morente) e la Stella Alpina.

Il Monte Corno da Castelli

Le montagne sono per Castelli come i petali che abbelliscono un fiore: il Monte Corno, il Tremoggia, il Prena (col suo pancione gravido), il Brancastello, e proprio dinnazi a Castelli il Camicia fra le cui braccia il borgo quieto riposa.

Un microcosmo pressoché intatto, preservato dalla modernità sfrenata in cui sopravvive l’antico mestiere del ceramista, nonostante i problemi causati dalla crisi economica, dalla concorrenza internazionale e dalle calamità naturali che stanno mettendo fortemente alla prova un settore artigiano, quello della produzione della maiolica che splende da cinque secoli, un’attività in cui le botteghe castellane hanno raggiunto elevatissimi livelli di qualità, a tal punto che le opere dei ceramisti locali forse rappresentano a livello artistico la più grande espressione abruzzese.

Il boom della produzione e del commercio castellano della maiolica, sia di quella artistica , sia di quella poplare, si ha fra il Cinquecento e il primo Settecento, fra il Rinascimento e il Barocco.

Riproduzione di un antico forno della ceramica di Castelli

A rendere più competitiva l’economia “maiolicana” castellana contribuì il graduale superamento della società feudale medievale, con la stabilità amministrativa e l’unità territoriale che in epoca asburgica si sviluppò nel meridione d’Italia nell’antico regno del Sud che portò nel 1589 alla istituzione dell’ufficio commerciale della “Portulania” a Castelli per intercessione dei Marchesi Mendoza, la regolamentazione delle strade e dell’uso delle acque, oltre che l’istituzione dei “Banni sopra li pesi e misura” per stabilire in maniera chiara e definitiva la correttezza delle transazioni. I Banni erano emessi da un Governatore (solitamente scelto fra la famiglia dei Mendoza o affini) e fatti rispettare dal Camerlengo (una specie di attuale Sindaco) o da un Magistrato.

Dunque, in Età Moderna, Castelli divenne, insieme a Penna S.Andrea, Lettomanoppello, Pescocostanzo, Pennapiedimonte, Rapino, Guardiagrele ed altri, uno dei più importanti centri di “monoeconomia” attualmente oggetto di studi, anche in virtù della facile reperibilità della materia prima, in questo caso l’argilla. 

A Castelli, a partire dal XV se circa l’80% delle botteghe producevano e commercializzavano prodotti popolari di uso comune legati alla cucina, alla pastorizia e all’agricoltura, almeno un 20% (da ricercare fra le famiglie dei Grue, dei Pompei ed altre), producevano opere d’arte, suppellettili e attrezzi a uso domestico di una certa raffinatezza e valore, destinati alle case dei signori, come ad esempio, mattonelle decorate che abbellivano i muri ed i soffitti, oppure le chicchere, le famose tazze decorate che servivano a bere il cioccolato nelle case dei nobili.

Un servizio da sei di chicchere e portachicchere realizzato da Carl’Antonio Grue (1655-1723), contenuto in una scatola decorata color oro e con lo stemma dei principi Colonna, è conservato presso il Museo di Arte Antica di Torino e allo stesso artista appartengono anche portachicchere con decorazioni floreali.

Sempre dall’indagine del Grascia del 1577 con l’interrogatorio di diversi ceramisti, si viene a conoscenza di come i due diversi tipi di produzione ceramica sono indicati come “vasa fine” o “sottile”, cioè la cosiddetta maiolica dipinta e “vasa grosse”, come ad esempio “pignete, terzetti, tondi e scodelle francesi” (secondo la definizione che ne danno Orazio Pompei c1507-1588/9 e altri della stessa famiglia).

Le maioliche castellane di qualità, divennero così famose sul mercato internazionale che come testimonia Fabio Placidi nel 1729, “A Dresda, d’onde vengono in Italia le tanto stimate chicchere di Sassonia, si tengono in molto pregio le chicchere che lì si chiamano di Napoli, e si lavorano nella Duchea di Atri. Le quali, per quelle pitture veramente mirabili per il disegno e per il colorito, possono stare a tavola rotonda con tutte le porcellane europee ed oltremarine”. 

Esempio dell’alto grado di sviluppo raggiunto dalla lavorazione della ceramica castellana giunto ai giorni nostri è sicuramente il soffitto  maiolicato della Chiesa castellana di San Donato, una cosa unica nel panorama della ceramica italiana, realizzato presumibilmente fra il 1615 e il 1617 in base alle date apposte sulle mattonelle, formata da oltre 800 mattoni dipinti, definito da Carlo Levi “La Sistina della Maiolica” e  dallo studioso inglese Timothy Wilson dell “Ashmolean Museum di Oxford”, “una delle imprese più ambiziose della maiolica italiana sul finire del Rinascimento”.  

A Castelli, addirittura, nel corso del Cinquecento, alcune famiglie di artigiani della maiolica divennero così potenti da costituirsi in Confraternite che erano in grado di influenzare la vita della comunità castellana, arrivando a prestare soldi alle autorità per le opere pubbliche. Tutto ciò ovviamente acuì determinati contrasti con le autorità centrali, quelle feudali e la monarchia, a tal punto che talvolta alcuini esponenti delle famiglie più in vista della ceramica castellana furono anche esiliate in centri come Rapino sulla Maiella dove avrebbero contribuito a sviluppare l’arte ceramista in quella zona d’Abruzzo.

Si ringrazia per la collaborazione il Museo delle Ceramiche di Castelli. L’amministrazione comunale di Castelli ed in particolare l’Assessore Raffaele De Simone per l’assistenza. 

Per maggiori informazioni vedi anche: Giovanni Giacomini, “Castelli, natura, arte, storia”, Comune di Castelli, 2006.  Vedi anche il sito: http://www.galappenninoteramano.it/turistica/transumanza/doganella2.aspx?ID=8#prettyPhoto

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