Nel Parco Nazionale della Majella: la Grotta del Cavallone, ispirazione per d’Annunzio.

 

La Grotta del Cavallone (Wikipedia)
La Grotta del Cavallone (Wikipedia)

(DAM) Majella – La Grotta del Cavallone è anche conosciuta come la grotta della Figlia di Iorio, poiché, nella letteratura teatrale, divenne famosa per aver costituito parte della cornice narrativa dell’omonima tragedia pastorale realizzata dall’abruzzese Gabriele d’Annunzio.

D’interesse speleologico e d’origine carsica, la grotta è situata nella Valle di Taranta, nel cuore del Parco Nazionale della Majella, tra i comuni di Taranta Peligna (Ch) e Lama dei Peligni (Ch), in provincia di Chieti; mentre la sua prima esplorazione documentata avvenne nel 1704, ad opera di Jacinto de Simonibus Donat’Antonio Francischelli e Felice Stocchetti, è stato possibile rilevare il passaggio di moderni studiosi nel sito già nel 1666, data che venne incisa su di un masso presso l’ingresso dell’antro.

In maniera del tutto ammirevole, per un epoca in cui difficilmente si ponevano oggetti e siti d’interesse culturale al servizio della pubblica fruizione, la Grotta del Cavallone fu adibita a meta turistica già dal 1893; ma sarà solo con il 1904, cavalcando l’onda del successo dell’opera dannunziana, La figlia di Iorio appunto, che essa richiamò la curiosità di numerosi visitatori.

Durante la Seconda Guerra mondiale, tra l’inverno del 1943-44, la grotta divenne anche un essenziale rifugio antiaereo per molti abitanti di Taranta Peligna, e al suo interno sono ancora visibili molte delle firme di questi rifugiati.

Oggi è possibile raggiungere la grotta attraverso una cestovia, che conclude il proprio servizio a 1300 metri slm; di qui, si potrà finalmente intuire il nome di Cavallone che le è stato attribuito, poiché l’entrata della grotta assume le fattezze di un occhio di cavallo incastonato nella parete rocciosa, la cui forma singolare sembra rievocare il muso di un equino. Altre ipotesi sostengono invece che questo nome derivi da quello che un tempo contrassegnava la valle, chiamata la Valle Cavallo.

Per giungere fino all’imboccatura ci sono da percorrere 174 scalini, scavati nella roccia da abili scalpellini; mentre una volta all’interno, è possibile camminare per ben 1360 metri tra sale, laghi e pozzi. L’acqua è sicuramente la vera protagonista di questo tragitto, come nella «Sala di Aligi», di denominazione dannunziana, nella quale il lavoro costante del fiume sotterraneo ha dato vita ad un’inaspettata cascata di pietra. Lungo i primi 600 metri, si osservano poi innumerevoli stalattiti e stalagmiti, così per la «Foresta incantata», la «Sala degli elefanti» e la «Sala delle statue». Durante il resto del percorso, invece, pur non essendoci particolari concrezioni, dal punto di vista geologico la grotta resta interessantissima, poiché i vari terremoti, susseguitesi nel corso dei secoli, hanno scrostato le pareti rendendo ammirabile la montagna dal suo interno: uno spettacolo imperdibile!

Del complesso speleologico della grotta del Cavallone, fanno parte anche la grotta del Bue, la grotta dell’Asino e la grotta del Mulo; insomma, un sistema consecutivo di formazioni calcaree che stimolano la nostra immaginazione e c’intrattengono con fantasia naturalistica.

Ilaria Catani

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