La psicologa Giorgia Liberatoscioli “A bulli e bullizzati mancano le giuste competenze sociali”

La Psicologa Giorgia Liberatoscioli

(DAM) Pescara – In questo periodo (a dire la verità da anni ed anni nei settori specializzati) si sente tanto parlare del fenomeno del bullismo: bullismo a scuola, tra compagni, verso i professori, cyberbullismo, bullismo sessuale…

Innanzitutto scindiamo: non si tratta sempre di bullismo. Alcuni atti sono (o sono al confine con) la criminalità, altri sono atti generici di prepotenza. Che poi ci sia una correlazione o un continuum tra i fenomeni può essere vero e possibile, ma non li confondiamo.

Cosa è il bullismo?

Per bullismo si intendono: comportamenti aggressivi intenzionali, fisici e psicologici, verbali e non verbali, ripetuti nel tempo, da parte di una o più persone nei confronti di una vittima incapace di difendersi.

Fatta questa specifica, dato che compito dello psicologo è comprendere (e far comprendere) le motivazioni e le emozioni alla base dei comportamenti, il come si arriva ad essi e ovviamente come evitarli o recuperarli, cercherò di concentrarmi sul vissuto interiore di chi il bullismo lo pratica e di chi lo subisce (non dimenticando chi ne è spettatore), lasciando ad altre istituzioni (scuola, famiglia, giustizia) le azioni di loro competenza.

Chi è il bullo?

Una persona insicura, con bassa autostima, impulsiva, che ha difficoltà a gestire le proprie emozioni (soprattutto la rabbia) e a mettersi nei panni dell’altro (capire e sentire sulla propria pelle cosa prova), una persona che ha fondamentalmente una bassa competenza sociale e relazionale, e che spesso è stata essa stessa vittima di bullismo/violenza o di mancanza d’ascolto rispetto ad un proprio bisogno fondamentale.

Cosa vuole dimostrare con il suo comportamento?

Essenzialmente il bullo cerca di sentirsi potente, nel senso di sentire di avere un potere sulla situazione e sulle persone intorno a lui, di essere “efficace”, ottenere quello che desidera (che siano oggetti materiali o approvazione sociale o popolarità).

Perché ricorrere all’aggressività ed alla violenza per ottenere questo scopo?

Perché evidentemente non ne conosce uno più efficace, perché questo ha imparato.

Perché non ne imparano altri?

Perché magari ne ignorano l’esistenza, perché nel loro ambiente familiare-sociale ad essi non è riconosciuto uno status positivo, perché profondamente non si ritengono capaci di fare altro, non si stimano abbastanza.

Chi è la vittima di bullismo?

Come il bullo, anche la vittima è una persona insicura, con bassa autostima, spesso socialmente isolata (quindi con una bassa competenza sociale e relazionale), introversa, che tende a reprimere al posto che esprimere le proprie emozioni (in primo luogo la rabbia), sensibile, ansiosa, a volte anche iperattiva, che vive in un ambiente sociale e familiare non sufficientemente supportivo ed incoraggiante.

Cosa non riesce a fare?

Le vittime di bullismo non riescono ad affermare i propri diritti, farsi sentire, farsi rispettare. E quindi sprofondano nella passività, nel silenzio, nella solitudine (che diventano ulteriori fonti di dolore).

Perché non si comportano in modo diverso?

Essenzialmente per gli stessi motivi dei bulli: mancanza di modelli positivi (o di modelli positivi socialmente desiderabili o considerati alla propria portata), impotenza appresa, mancanza di autostima.

Perché tanti scelgono di assistere in silenzio al posto di prendere posizione magari difendendo i più deboli?

Spesso per paura, innanzitutto quella di diventare a propria volta vittima nel caso ci si ribelli o soltanto si solidarizzi col più debole; altre volte perché stare (anche solo passivamente) dalla parte del bullo, del “più forte”, li fa sentire forti a loro volta, potenti, sicuri di sé, approvati dal gruppo.

Perché hanno questa paura?

Ancora una volta perché è questo che hanno imparato dall’esempio o dalle parole esplicite dei propri modelli sociali: a farsi i fatti propri, che è meglio. Ancora una volta alla base c’è la mancanza di fiducia nel fatto di poter o di riuscire a fare la differenza.

Quali le soluzioni allora?

Innanzitutto sensibilizzare. Con l’informazione ovviamente, ma anche con azioni mirate ed espletate nei contesti stessi in cui i protagonisti di queste vicende vivono: la scuola innanzitutto. Lo scopo è quello di far uscire questi vissuti dal buio, dal silenzio, dalla solitudine, dall’anonimato.

In secondo luogo è necessario insegnare (ma a tutti, non solo a quelli direttamente coinvolti) che esistono altre strade, altri modi di relazionarsi, più (o “egualmente”) efficaci, approvati, socialmente “prestigiosi”.

È necessario imparare la comunicazione non violenta ed assertiva, ricevere un’educazione emotiva (o meglio proteggersi da e recuperare la diseducazione che si è ricevuta), un’educazione che insegni ad empatizzare, a mettersi nei panni degli altri, a vivere ed esprimere le proprie emozioni.

A quale fascia di età è meglio rivolgersi?

A quelle più giovani possibili: più si è piccoli e più è facile assimilare modelli e strategie positive.

Genitori, insegnanti e perdonale non docente hanno bisogno di essere responsabilizzati riguardo all’importanza del loro ruolo, e soprattutto hanno bisogno di acquisire, qualora non li posseggano già, gli strumenti utili, necessari per l’ascolto di sé e dei propri figli/alunni e per l’intervento nelle situazioni problematiche.

Non si tratta di sicuro di un percorso breve o facile, ma credo sia l’unico possibile se si vuole andare alla radice del problema al posto che occuparsi di tamponare i danni.

Dott.ssa Giorgia Liberatoscioli – Psicologa e Psicoterapeuta

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