Intervista a Luigi Di Tella del Museo del Tombolo di Pescocostanzo

Cristiano Vignali con Luigi Di Tella

(DAM) Pescocostanzo – Oltre ad essere famoso per il ferro battuto, Pescocostanzo é molto rinomata per la lavorazione del Merletto a Tombolo e per la filigrana, mentre l’antica arte dei tessuti, dei tappeti, é pressoché venuta meno. Restano conservati alcuni esemplari di antichi tappeti nel Museo.

A tal proposito, abbiamo intervistato Luigi Di Tella, dottore in Scienze Politiche, laureatosi a Teramo, Presidente dell’Associazione Culturale Tarquinio Vulpes (letterario pescolano 1776 – 1836) che gestisce protempore il Museo Comunale del Merletto a Tombolo.

Ci parli delle origini della lavorazione del merletto a Tombolo a Pescocostanzo?

“Le origini sono legate sicuramente alla venuta dei Lombardi, Bolognesi e Genovesi che sono scesi a ricostruire il centro – sud dopo il terremoto disastroso del 1466. Qui le maestranze del nord hanno trovato l’habitat ideale perché la città Pescocostanzo é situata sulla antica Via Minucia (detta anche via della lana). Dunque, hanno trovato la lana, il colorante allo zafferano per colorare i tessuti e hanno così utilizzato la loro tecnica per la manifattura della lana pescolana e i metalli preziosi che importavano direttamente del nord. In particolare, il Merletto a Tombolo é soprattutto lombardo”.

Che uso si fa e si faceva del merletto?

“Le mode fiorentine rinascimentali prevedevano delle camice e dei vestiti orlati di merletti e dunque la presenza della lana e della lavorazione a tombolo portò la nascita di una fiorente manifattura pescolana del merletto che si é sviluppata soprattutto sotto il dominio feudale di Vittoria Colonna che ha fatto scendere numerose maestranze a Pescocostanzo, sita sulla via di passaggio da Firenze a Napoli”.

Che tipi di merletti a tombolo esistono attualmente?

“Ce ne sono diversi. C’é quello “rinascimentale” che noi chiamiamo “viarelle” molto semplice, poi c’é la “flettrua” a 2 coppie di fuselle, “i denti dei cani” a 3 coppie, “i pinti pinti” a 6 coppie, “i pinti e lisci” sempre a 6 fuselli, le “cappiette” ancora a 6, le “pescetelle” a 8 coppie, le “mese cambrucce” a 9 coppie, le “crocette” a 10, le “chiuse ad otto” a 14, le “leschetelle” a 16, i “p’zzuareje ch’ la scaluccia” a 21, i “p’zzuareje ch’ni rot” sempre a 21, i “p’zzuareje ch’ la “rsvolta” anche a 21, la “retina ch’ la rsvolta” a 24, la “retina ch’ rot” pure a 24, i “giradol a 24, le tre fr’ncell a 24, il cuore a 28, la giara e la frasca a 28, la passata di tammareje a 28, la papera” e la “p’puatta” a 28 e lo stesso numero la “p’puatta”. Esistono anche dei monili come braccialetti, orecchini, medaglioni ed altro realizzati a merletto a tombolo su strutture di argento o oro”.

Come si realizza in breve un merletto a tombolo?

“Si realizza con i fuselli che vengono intrecciati seguendo gli schemi dei disegni fatti a stampa o in precedenza a mano libera. Per apprendere l’arte ci si esercita realizzando i merletti con i fuselli a mano libera”.

In conclusione ci parli di questo museo, delle sue origini e dei progetti futuri…

“Il Museo del Merletto a Tombolo, sito nel palazzo Fanzago (XVII secolo) é nato nel 1992 e noi dell associazione lo gestiamo dal 2016. Il museo é dotato della sala “Selene Sconci” dedicata a questa signora scomparsa che aveva una madre che lavorava il merletto a tombolo. Dall’altra parte c’é una sala pubblica con oggetti di espositori di proprietà comunale o di antiche famiglie pescolane. In più abbiamo dei tappeti antichi della ormai estinta lavorazione pescolana che abbiamo recuperato in tutta italia”.

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