Il Miracolo Eucaristico di Lanciano (Ch)

(DAM) – Il Miracolo Eucaristico di Lanciano (Ch) è il fenomeno più noto nel suo genere, i cui effetti sono tutt’oggi conservati presso la chiesa di San Francesco, nello storico quartiere medievale “Borgo” del Comune di Lanciano (Ch).

Secondo le prime fonti riguardanti la vicenda, l’evento risalirebbe all’incirca durante la prima metà del Settecento, più probabilmente tra il 730 e il 750, in concomitanza con le persecuzioni in Oriente da parte dell’Imperatore bizantino Leone III, detto l’Isaurico; il quale nel 730 emanò un editto affinché tutte le immagini iconoclastiche della Chiesa venissero distrutte. A quel punto, numerosi monaci greci si rifugiarono in Italia; e così alcuni basiliani, cioè discepoli di San Basilio Vescovo di Cesarea di Cappadocia, si stabilirono a Lanciano.

Da quanto riportato da un documento del 1631, un giorno presso la chiesa di San Legonziano a Lanciano, durante la celebrazione eucaristica, uno di questi suddetti monaci, del quale sconosciuti restano i dati anagrafici, pronunciando le parole di consacrazione relative al pane e al vino, avrebbe dubitato della reale presenza di Gesù nella Santa Eucarestia. Il miracolo della transustanziazione avvenne, dunque, per sciogliere i dubbi di un fedele devoto, il quale vide trasformarsi sotto ai proprio occhi l’ostia in

Il miracolo eucaristico di Lanciano
Il miracolo eucaristico di Lanciano (wikipedia)

Carne e il vino in Sangue (di seguito coagulatosi in cinque grumi di diverse dimensioni). Una parte della fonte rinvenuta cita: «non ben fermo nella fede, letterato nelle scienze del mondo, ma ignorante in quelle di Dio; andava di giorno in giorno dubitando, se nell’ostia consacrata vi fosse il vero Corpo di Cristo e così nel vino vi fosse il vero Sangue».

 

Un’altra testimonianza circa l’evento ci è fornita da un’epigrafe risalente al 1636, ed anche in questo caso la descrizione pervenuta si dimostra inequivocabile: «Circa gli anni del Signore settecento, in questa chiesa, allora sotto il titolo di San Loguntiano de’ monaci di San Basilio, dubitò un monaco sacerdote se nell’hostia consecrata fusse veramente il corpo di Nostro Signore e nel vino il sangue. Celebrò messa, e, dette le parole della consecratione, vidde fatta carne l’hostia e sangue il vino. Fu mostrata ogni cosa a’ circostanti et indi a tutto il popolo. La carne è ancora intiera et il sangue diviso in cinque parti dissuguali che tanto pesano tutte unite, quanto ciascuna separata. Si vede hoggi nello istesso modo in questa cappella, fatta da Gio. Francesco Valsecca a sue proprie spese l’anno del Signore MDCXXXVI».

A questa serie di scritti possiamo inoltre sommare i diversi esami scientifici successivamente avvenuti nei confronti delle reliquie, da parte dell’autorità ecclesiastica. Una prima Ricognizione sembrerebbe risalire al 1574, voluta dall’Arcivescovo Gaspare Rodriguez, dalla quale risultò che il peso totale dei cinque grumi di sangue si equivaleva al peso specifico di ognuno di essi. Durante Ricognizioni seguenti, avvenute nel 1637, 1770, 1866 e 1970, tuttavia, non fu più riscontrata tale particolarità.

Nel novembre del 1970, con l’autorizzazione dell’Arcivescovo di Lanciano, Monsignor Perantoni, del Vaticano e del ministro provinciale dei Conventuali d’Abruzzo, i francescani lancianesi decisero di sottoporre le reliquie ad un nuovo esame scientifico, questa volta di certo più accurato per via delle moderne apparecchiature. Il compito venne affidato al Dottor Odoardo Linoli, primario del laboratorio di analisi cliniche e di anatomia patologica dell’ospedale di Arezzo. Ecco di seguito riportate le conclusioni delle analisi di laboratorio, risalenti al 4 marzo 1971: 1. La “carne miracolosa” è veramente carne costituita dal tessuto muscolare striato del miocardio; 2. Il “sangue miracoloso” è vero sangue: l’analisi cromatografica lo dimostra con certezza assoluta e indiscutibile; 3. Lo studio immunologico manifesta che la carne e il sangue sono certamente di natura umana e la prova immunoematologica permette di affermare con tutta oggettività e certezza che ambedue appartengono allo stesso gruppo sanguigno AB. Questa identità del gruppo sanguigno può indicare l’appartenenza della carne e del sangue alla medesima persona, con la possibilità tuttavia dell’appartenenza a due individui differenti del medesimo gruppo sanguigno; 4. Le proteine contenute nel sangue sono normalmente ripartite, nella percentuale identica a quella dello schema siero-proteico del sangue fresco normale; 5. Nessuna sezione istologica ha rivelato traccia di infiltrazioni di sali o di sostanze conservatrici utilizzate nell’antichità allo scopo di mummificazione.

Per cui, visti i risultati, il dott. Linoli tenderebbe a scartare l’ipotesi d’un falso; di fatti affermerà: «solamente una mano esperta in dissezione anatomica avrebbe potuto ottenere un “taglio” uniforme di un viscere incavato (come si può ancora intravedere sulla “carne”) e tangenziale alla superficie di questo viscere, come fa pensare il corso prevalentemente longitudinale dei fasci delle fibre muscolari, visibile, in parecchi punti nelle preparazioni istologiche. Inoltre, se il sangue fosse stato prelevato da un cadavere, si sarebbe rapidamente alterato, per deliquescenza o putrefazione». Tale relazione venne resa pubblica nello stesso 1971, destando grande interesse da parte del mondo scientifico, tanto che anche il Consiglio dell’O.M.S., Organizzazione Mondiale della Sanità, decise di nominare una commissione scientifica per verificare gli esperimenti effettuati dal medico italiano, finendo per approdare alle medesime conclusioni.

Alcuni, tuttavia, ritengo che tale relazione con l’O.M.S. sia solo presunta e mai certificata; mentre nel 2006 il professor Silvano Fuso, membro del CICAP, riferendosi alle proteine presenti nelle mummie egizie, affermò che: «la conservazione di proteine e di minerali osservati nella carne e nel sangue di Lanciano non è né impossibile né eccezionale». Le teorie più accreditate restano comunque quelle di Linoli, secondo il quale difficilmente a Lanciano, nel VIII secolo, potessero trovarsi una mano tanto esperta e una strumentazione tanto accurata da poter allestire un trucco di tale portate.

Dopo il Miracolo, le Reliquie furono custodite nella stessa chiesetta di San Legonziano fino al 1258, quando i basiliani decisero di consegnarle dapprima nelle mani dei benedettini e poi dei francescani, che proprio in quell’anno concludevano la costruzione della chiesa di San Francesco. L’ostia, costituita da una membrana di carne tondeggiante con un ampio foro centrale, probabilmente formatosi durante l’essiccazione, e il sangue, coagulato in cinque grumi di colore marrone terreo, furono riposti in un tabernacolo all’interno di una teca d’argento e avorio. Nel 1566, al tempo delle incursioni dei turchi negli Abruzzi, un frate minore, di nome Giovanni Antonio di Mastro Renzo, per timore che le reliquie venissero profanate, decise di lasciare Lanciano recandole con sé; tuttavia la vicenda vuole che, dopo aver camminato per tutta la notte, il mattino seguente il povero frate si trovasse ancora alle porte della città, segno inconfutabile che le reliquie dovessero rimanere nel loro luogo d’origine; ma vennero comunque murate in una piccola cappella, per scampare ogni drammatica evenienza.

Nel 1636 le Reliquie, riposte in un vaso di cristallo, vennero nuovamente esposte, dietro la protezione di una grata in ferro battuto chiusa a chiave. Nel 1713, invece, vennero realizzati l’ostensorio e il calice in cristallo dalla Scuola Napoletana, all’interno dei quali l’ostia e il sangue sono tutt’oggi conservati. Purtroppo nel 1809, quando Napoleone I soppresse gli ordini religiosi, i francescani furono costretti a lasciare il proprio secolare convento, di cui si riappropriarono solo nel giugno del 1953; tuttavia le Reliquie sopravvissero alla loro assenza e dal 1902 è possibile osservarle all’interno di una struttura in marmo costruita sopra l’altare maggiore in stile trecentesco.

Inoltre dal 1996, a Lanciano, presso il convento di San Francesco, è possibile visitare un museo dedicato al Miracolo. Esso contiene tutta la documentazione citata relativa alla vicenda e un percorso sotterraneo che conduce fino alle antiche fondamenta del convento di San Legonzano e alle catacombe del Ponte Diocleziano.

Curioso è anche il racconto, tramandatoci dalla tradizione, di un secondo Miracolo Eucaristico a Lanciano; secondo il quale, nell’anno 1271, una donna, su invito di una fattucchiera, gettò nel fuoco un’ostia consacrata, la quale prese a grondare sangue trasformandosi in carne. Parte di questa ennesima Reliquia fu poi portata ad Offida (Ap), presso il santuario di Sant’Agostino, dov’è tuttora visibile: per tale ragione, l’episodio viene più che altro ricordato come “miracolo eucaristico di Offida”. Altri frammenti, tuttavia, sono rimasti conservati a Lanciano, nella piccola chiesa di Santa Croce, in Via dei Frentani, nel quartiere “Lancianovecchia”.

Detto questo, se fossimo a corto di un miracolo, di certo ora sapremmo dove andare!

Ilaria Catani

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