Gli eremi della Valle Peligna: la leggenda dei cinque fratelli e sorelle

Valle Peligna (Wikipedia)
Valle Peligna (Wikipedia)

(DAM) Valle Peligna – La tradizione orale ci tramanda la leggenda dei cinque fratelli e sorelle, anime penitenti, fondatori di santuari ed eremi omonimi, che ancora oggi circondano la Conca Peligna: San Terenziano a Corfinio (Aq), Santa Brigida sul pianoro di Sulmona (Aq), San Pietro Celestino alle pendici del Morrone, San Venanzio, presso le gole scavate dal fiume Aterno, a Raiano (Aq) e San Cosimo nel territorio di Pratola Peligna (Aq).

L’eremo di San Terenziano risale al 1323 ca., ha l’aspetto di una casa-fortezza, tanto che di lontano potrebbe essere scambiato per una piccola roccaforte o torre d’avvistamento, soprattutto per via della posizione a picco sul precipizio. Il complesso si sviluppava su tre piani: al pian terreno la chiesa di forma quadrata, affiancata da un lungo corridoio e diverse stanza attigue; il piano superiore, nel quale si accedeva attraverso una scala, era assegnato unicamente ad uso notturno; mentre il piano seminterrato, ricavato scavando in parte nella dura roccia, quasi certamente costituiva il vero e proprio nucleo del santuario, scelto originariamente dagli eremiti come dimora. La figura di San Terenziano non è molto nota in Abruzzo, egli fu vescovo di Todi e morì decapitato nel II secolo, sotto l’imperatore Adriano, il 1 settembre; giorno in cui i Corfiniesi ne ricordano il martirio.

L’eremo di San Pietro Celestino, conosciuto forse più diffusamente con il nome di Sant’Onofrio al Morrone, è a tutti gli effetti un edificio religioso fondato sulle pendici del Monte Morrone, nei pressi di Sulmona, nella frazione di Badia. Risalente al XIII secolo, monumento nazionale dal 1902, ospitò il frate eremita che nel 1294 divenne papa, e poi santo, con il nome di Celestino V. Pietro, giunto in Abruzzo tra il 1239 e il 1241, si stabilì in una grotta, lungo il costone della montagna, dirimpetto alla conca sulmonese; questo luogo fu il punto di partenza per un fervido proselitismo che portò alla successiva costruzione della chiesetta di “Santa Maria in Ruta”, tutt’oggi visitabile risalendo un comodo sentiero.

L’eremo di San Venanzio, invece, è davvero particolare nel suo genere. Fu fondato, nell’odierno comune di Raiano, dal più giovane di questi leggendari fratelli: Venanzio, il quale si convertì al cristianesimo intorno alla metà del 200, ritirandosi in meditazione assieme al maestro Porfirio; ma nel 259 egli venne arrestato e martirizzato nella sua città natale, Camerino. Sempre secondo la tradizione, l’eremo venne realizzato nel XII secolo. Elemento di grande interesse, posto davanti all’altare maggiore, protetto da una balaustra, ci sarebbe l’accesso alla Scala Santa, la quale, completamente scavata nella roccia, conduce ad una piccola grotta identificabile con la parte più antica della struttura, dove i fedeli vedono nelle forme della pietra l’impronta del corpo stesso di San Venanzio. Il luogo è conosciuto come la “crocetta”, e consiste in una piccola cavità dove, secondo la tradizione, il Santo si raccoglieva in preghiera. Questo culto è forse il più vivo nel territorio peligno, poiché il folclore locale vuole che, lungo la strada conducente al santuario, tre edicole racchiudano quelle che sembrerebbero essere delle impronte lasciate dal Santo: di gomito, testa e piede. L’ultima è sicuramente la più nota. Infatti, si narra che, un giorno, Venanzio pregasse affinché dei tumulti scoppiati nella vicina Corfinio venissero placati, e si disse tanto sicuro di riuscire in tale impresa, quanto di poter imprimere l’orma del suo piede sulla roccia. Alcune di queste orme sono scomparse qualche decennio fa in seguito all’allargamento della strada, ma tutt’oggi i fedeli inseriscono gomito e testa negli incavi delle edicole per prevenire dolori reumatici e cefalee. Nell’edicola con l’impronta del piede, invece, si era soliti lasciare dei sassolini, che venivano ritirati sulla strada del ritorno dal Santuario e usati contro il malocchio.

Gli eremi della Valle Peligna sono sempre stati meta di numerosi pellegrinaggi, soprattutto in passato, quando la vita dell’uomo veniva scandita dall’anno agricolo e in primavera i devoti pregavano al fine di una fioritura abbondante ed un clima gentile.

Ilaria Catani

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