“Essere psicoterapeute in un Centro antiviolenza” della Dott.ssa Sara Di Giovanni

La Dott.ssa Sara Di Giovanni

(DAM) Pescara – Il 25 Novembre si è celebrata la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1999. L’intento dell’Onu era quello di sensibilizzare le persone rispetto a questo argomento e dare supporto alle vittime.
Quando l’assemblea delle Nazioni Unite ha istituito la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, ha scelto questa data in ricordo dell’uccisione delle sorelle Mirabal, avvenuta nel 1960 a Santo Domingo perché si opponevano alla dittatura del regime di Rafael Leónidas Trujillo. In loro memoria, il 25 novembre del 1981 ci fu il primo Incontro Internazionale Femminista delle donne latinoamericane e caraibiche. Da quel momento in poi, il 25 novembre è stato riconosciuto in larga parte del mondo come data per ricordare e denunciare il maltrattamento fisico e psicologico su donne e bambine.
Se la rivoluzione femminista è definita come l’unica rivoluzione del secolo scorso non fallita ed interpretabile come vincente, è perché ha toccato gli ambiti più legati all’individualità ed alla definizione di una nuova identità femminile.
Altro Cambiamento epocale è segnato dall’ assunzione della definizione di violenza di genere, maturata dai centri antiviolenza e dai movimenti delle donne,
‘Con l’espressione violenza nei confronti delle donne si intende designare una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenza di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, compreso le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica che nella vita privata’- Art.3 lettera a. Convenzione di Instanbul.
Dunque, a differenza della Definizione delle Nazioni Unite – 1993 – Dichiarazione sull’Eliminazione della Violenza Contro le Donne, è sottolineata e non dedotta la violazione contro il diritto umano in primis, la discriminazione del genere che sostituisce quella precedentemente definita dal sesso.
Lo stesso valga per il concetto di Stalking, che introducendolo nella convenzione stessa, lo si riconosce come un reato di genere e come un reato che porta a temere per la propria incolumità.
Essere una terapeuta nel Centro Antiviolenza Ananke di Pescara significa accogliere la difficoltà di vivere, di convivere con la sofferenza provocata dalla violenza e la difficoltà di far morire un’idea di amore o di famiglia in virtù della quale molte donne hanno sacrificato o rischiano di sacrificare la vita.
I Centri antiviolenza hanno il compito di accogliere le donne, le operatrici accolgono le ferite e il dolore mentale, quando queste sono più profonde ci sono le terapeute.
L’impatto della violenza ha un esito traumatico non solo sulla donna ma anche sulle operatrici. Il trauma psichico, per riprendere Pierre Janet, è un evento che risulta ‘non integrabile’ nel sistema psichico della persona, il trauma è legato a un contatto del soggetto con la realtà della morte (“réel de la mort”), quando ciò avviene in modo brusco, non mediato e non elaborabile. Nell’accezione più ampia di tale approccio, il trauma psicologico corrisponde alla “assenza di significato e di significabilità dell’evento”.
Dunque, la necessità di un percorso terapeutico non per dare senso, ma integrare delle parti che altrimenti non potrebbero coesistere. Supporto alla rielaborazione degli affetti, delle narrazioni e delle rappresentazioni traumatiche, attraverso il tentativo di ricostruirne dei significati esperienziali coerenti con gli eventi accorsi. La violenza domestica, soprattutto per il controllo, a volte totale, che l’aggressore esercita sulla vittima e per alcune sue caratteristiche, (cronicità, isolamento, segreto), è simile alle condizioni della tortura.
Pertanto, il riconoscimento dell’inammissibilità della violenza è l’unica risposta che rende possibile una riparazione del danno.
Prestare aiuto presuppone cercare di mantenersi funzionanti a livello psichico, nonostante queste difficoltà, e assicurare un “buon legame” capace di rimettere ordine per poter “pensare insieme” e riparare parte di ciò che è stato distrutto.
Le donne hanno bisogno di tempo per fortificarsi, c’è bisogno del tempo per la trasformazione, il tempo così come lo spiega il filosofo Bergson “Così per il tempo non esistono singoli istanti ma un loro continuo fluire non scomponibile ma vissuti nella loro durata reale nella coscienza di ognuno dove gli stati psichici non si succedono ma convivono”, sono questi stati psichici spesso conflittuali, la dimensione di un tempo interno ( quello della donna) e un tempo esterno ( quello delle istituzioni) a generare il senso di impotenza delle operatrici. La comprensione e la solidarietà degli “esterni”, l’ascolto non giudicante, la capacità di non voltarsi dall’altra parte relegando nella solitudine, nel silenzio e nell’impotenza le vittime e i testimoni coinvolti, sono le prime “medicine” e le più potenti per la sofferenza legata alla perdita delle sicurezze di base e della fiducia nel mondo.

Per Info e contatti: http://www.elencopsicologi.it/psicologo-psicoterapeuta.jsp?q=sara-di%20giovanni-2699

Dott.ssa Sara Di Giovanni – Psicologa e Psicoterapeuta

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