Dal disastro del Vajont, un monito su come gestire nelle emergenze le dighe dei laghi in Abruzzo

 

Diga Vajont (Wikipedia)
Diga Vajont (Wikipedia)

(DAM) L’Aquila – Si parla oggi sempre più di prevenzione dei danni da fenomeni naturali come frane e terremoti che molto spesso si trasformano in tragedia.

La storia, maestra di vita, non deve mai cadere nel dimenticatoio, per cercare di evitare o comunque sia limitare che errori del passato si verifichino di nuovo.

A tal proposito, oggi tratteremo della tragedia della Diga del Vajont, il cui processo sulle responsabilità il 10 maggio del 1968 venne trasferito a L’Aquila.

La sera del 9 ottobre 1963 a causa della caduta di una gigantesca frana dal pendio del Monte Toc nelle acque del bacino della diga del Vajont, una enorme ondata superò la diga e provocò la distruzione di interi paesi e la morte di 1.917 persone.

Negli anni Venti viene scelta la valle del Vajont per realizzare quella che col tempo diventerà la diga a doppio arco più grande del mondo. In pochi anni, la valle si trasforma in un enorme lago.

Case e pascoli vanno sott’acqua: gli abitanti di Erto protestano, rivogliono le loro terre. E hanno paura, perché da quando si è cominciato a riempire d’acqua il bacino, i terreni si muovono, si formano strane crepe nei prati, gli animali sono inquieti.

Nonostante le frane, si va avanti col collaudo della diga. Alla fine del 1962, con la nazionalizzazione delle imprese elettriche, la diga passa all’Enel. I responsabili e i dipendenti della ditta che ha costrruito la diga rimangono al loro posto, e sul Vajont tutto procede come prima.

Dalla primavera del 1963, si riprende a riempire il bacino. Lo scopo della diga era di fungere da serbatoio idrico di regolazione stagionale per le acque del fiume Piave, del torrente Maè e del torrente Boite, che precedentemente andavano direttamente al bacino della Val Gallina, che alimentava la grande centrale di Soverzene.

Le acque, sottratte al loro corso naturale, venivano così incanalate dalla diga di Pieve di Cadore (Piave), da quella di Pontesei (Maè) e da quella di Valle di Cadore (Boite) al bacino del Vajont tramite chilometri di tubazioni in cemento armato vibrato e spettacolari ponti-tubo.

In questo sistema di “vasi comunicanti”, le differenze di quota tra bacino e bacino venivano usate per produrre energia tramite piccole centrali idroelettriche, come quella del Colombèr, ricavata in caverna ai piedi della diga del Vajont e quella di Castellavazzo.

Le acque scaricate dalla centrale di Soverzene venivano poi condotte, tramite un Canale artificiale, al Lago di S.Croce e ai successivi, con relative centrali. Il sistema, noto come “Grande Vajont”, era concepito per sfruttare al massimo tutte le acque ed i salti disponibili del fiume Piave e dei suoi affluenti, di cui il bacino del Vajont era il cuore; esso venne presto compromesso prima dalla frana del Lago di Pontesei (ora quasi vuoto per motivi di sicurezza) e poi dalla frana che causò il disastro del Vajont.

Alle 22,39 del 9 ottobre 1963 dal Monte Toc si stacca una frana gigantesca, che in meno di mezzo minuto piomba nel lago del Vajont. L’onda schizza in alto a 150 metri circa di altezza, verso Casso, quindi si divide in due. La prima metà risale verso Erto. La seconda metà dell’onda scavalca la diga e si incanala nel canyon del Vajont, verso Longarone. Alle 22,43 Longarone non esiste più. Sui circa 4000 abitanti di Longarone dell’ottobre 1963, a Natale dello stesso anno ne restano solo 200.

Oltre alle rocce e all’acqua, un altro pericolo è sicuramente l’aria compressa generata dall’onda d’urto dell’ acqua che spingeva nella forza di gravità terrestre.Vengono in soccorso degli abitanti sfollati, persino i soldati americani presenti nella zona.

Le vittime stimate sono 1917, ma vennero recuperati solo 1500 cadaveri. Nel disastro perirono 487 bambini. Delle vittime 64 erano dipendenti dell’Enel e delle imprese Monti e Consonda Icos, impegnate nel completamento della diga e delle opere di servizio.

Non siamo volutamente entrati nei dettagli tecnico – giuridici sulle responsabilità di questa sciagura al fine di non toccare argomenti troppo complessi, un vero campo minato per chi esercita in modo corretto il diritto di cronaca.

Ma,bisogna tenere presente che proprio in questo periodo, in Abruzzo, con l’emergenza del terremoto ancora viva, si monitorano costantemente le dighe dei vari laghi artificiali della Regione dei Parchi; pertanto giova ricordare il Vajont, affinché tragedie di tale portata siano solo un drammatico ricordo.

Luigi Buracchio

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